La pesca a mosca valsesiana è il tradizionale e antico metodo di pesca a mosca tipico della Valsesia, una valle ai piedi del Monte Rosa nelle alpi Nord Occidentali Italiane.
Una semplice canna fissa , una lenza in crine di cavallo intrecciato, un trenino di mosche essenziali e molta abilità da parte del pescatore, sono ancora oggi il cuore di questa tecnica elegante ed efficace allo stesso tempo.
Il sito è un invito a conoscere questa pesca e il modo di “leggere” l’ambiente acquatico che si acquisisce con essa, direttamente dai pescatori valsesiani che ancora la praticano.

L'attrezzatura

La canna


La canna fissa per la pesca a mosca valsesiana ha una lunghezza che può variare a seconda della necessità, da quattro metri circa fino a quattro metri e cinquanta o poco di più a seconda che si peschi nei torrenti di montagna o nei fiumi più ampi del fondovalle.Ora si utilizzano canne in fibra di carbonio, leggere e pratiche da trasportare, ma colpisce come l'azione dolce e più omogenea delle canne del passato superi ancora largamente quella "nervosa" delle canne moderne. La canna valsesiana originale era composta di tre segmenti,i primi due in canna "dolce" (Arundo Donax) il terzo terminale in bambù o sanguinella. Queste canne erano costruite con un pezzo principale lungo tre metri o poco di più, su cui era innestato un secondo sempre in canna dolce di circa ottanta centimetri, a questo si aggiungeva il terminale sottile e flessibile in bambù o sanguinella di circa quaranta centimetri sottile e flessibile. Le legature negli innesti erano effettuate in corda di canapa e poi passate nella pece (nella foto a fianco un particolare di una legatura) e il tutto una volta terminato si comportava come un pezzo unico, flessibile ma resistente, in grado di consentire la cattura di pesci anche del peso di qualche chilo. Le canne grezze provenivano ai pochi negozi di articoli da pesca per la maggior parte da Montà D'alba, dove un grosso viticoltore ne importava dalla vicina Liguria una gran quantità e selezionava quelle che per lunghezza e qualità erano più adatte alla pesca. Alla pulitura perfetta dei residui dielle foglie, di eventuali nodi, ed alla eventuale raddrizzatura (effettuata inumidendo con uno straccio la parte curva che, scaldata con la fiamma di una candela, cedeva alla pressione della mano assumendo la forma desiderata) i pescatori più esperti provvedevano personalmente. Gli stessi accorgimenti venivano riservati al secondo pezzo, il cannino, un pollone dello stesso tipo di canna. Il cimino di bambù o sanguinella invece era raccolto in loco, tagliato durante l'inverno in fase di luna calante e fatto essicare all'ombra.


La lenza


La lenza per pescare a mosca valsesiana è una treccia in crine di cavallo maschio (il crine della femmina può essere danneggiato dall'urina),possibilmente bianco per una migliore visibilità, ed è formata da una serie di segmenti decrescenti che terminano con tre o quattro crini. A questo si lega un finale in spezzoni di nylon anch'essi decrescenti lungo circa 60-80 cm a cui si va a fissare la moschetta. La lenza viene costruita esclusivamente con le mani senza l'uso di nessun attrezzo, particolare attenzione viene posta nei confronti dei nodi fra i vari segmenti, che devono essere il più possibile affusolati per offrire minor resistenza all'acqua durante la pesca e per ridurre le possibilità di appiglio e aggrovigliamento. Si deve dedicare attenzione anche all'intreccio che non deve essere troppo serrato o la lenza diverrà rigida e inoltre avrà meno superfice di galleggiamento se posata in acqua. La lunghezza della lenza viene scelta in base alla canna, in genere non la supera di molto a meno che il pescatore si trovi in un fiume dove può comodamente indietreggiare senza incontrare ostacoli per salpare un pesce dopo la ferrata. Normalmente però la lenza è lunga quel tanto da far si che mentre con una mano si allontana il più possibile la canna dal corpo, con l'altra si afferra il pesce, anche perchè il pescatore valsesiano non ha mai usato e non usa il guadino. Questa del guadino è una particolarità su cui riflettere, in effetti io credo che non lo si utilizza anche per una questione di praticità (è sempre una cosa in più da portarsi dietro), ma è anche un modo per combattere con il pesce senza avvantaggiarsi , concedendo cioè alla preda la possibilità che se il pescatore non sarà abile nell'afferrarlo con la sola mano, potrà liberarsi anche all'ultimo momento. Niente mulinello, costruzione di mosche semplici con materiali "poveri" e niente guadino, è come se si volesse mantenere la sfida col pesce in modo che conti soprattutto l'abilità del pescatore, più che gli aiuti che la tecnologia gli offre. Ma torniamo alle lenze, in passato era possibile acquistarle normalmente nei negozi specializzati tanto era grande la richiesta (nella galleria dedicata trovate la foto di una di queste lenze, che probabilmente è rimasta invenduta perchè di colore scuro), ora è necessario costruirsele ma questo da la possibilità di bilanciare la lenza a piacimento a seconda dell'utilizzo a cui la si vuole dedicare. Al momento della ferrata l'elasticità del crine aiuta la resistenza della lenza e permette di essere precisi e di non "strappare". La lenza non deve mai entrare nel campo visivo del pesce , ma deve solo servire a portare le mosche in modo che si posino in acqua con delicatezza, come se cadessero naturalmente.