La pesca a mosca valsesiana è il tradizionale e antico metodo di pesca a mosca tipico della Valsesia, una valle ai piedi del Monte Rosa nelle alpi Nord Occidentali Italiane.
Una semplice canna fissa , una lenza in crine di cavallo intrecciato, un trenino di mosche essenziali e molta abilità da parte del pescatore, sono ancora oggi il cuore di questa tecnica elegante ed efficace allo stesso tempo.
Il sito è un invito a conoscere questa pesca e il modo di “leggere” l’ambiente acquatico che si acquisisce con essa, direttamente dai pescatori valsesiani che ancora la praticano.

I personaggi

Arturo Pugno


Visto che il sito deve raccontare la pesca a mosca valsesiana attraverso i pescatori eredi di questa tradizione, è d'obbligo iniziare da Arturo Pugno Presidente della Società Valsesiana Pescatori Sportivi. In primo luogo perchè la sua esperienza in materia è enorme visto che pesca a mosca valsesiana da oltre sessantacinque anni e poi perchè è un pescatore che si è sempre posto delle domande, durante e dopo le sue uscite di pesca, e col tempo ha saputo rispondervi accrescendo così la sua conoscenza del fiume a tal punto che ogni volta che lo incontro ne imparo una nuova. E'un piacere starlo ad ascoltare e una parte dei contenuti degli articoli che ho scritto sono proprio frutto di questi incontri. Qui di seguito trovate un breve testo scritto direttamente da lui e nel video allegato potete vederlo in azione durante il corso di pesca a mosca valsesiana dedicato ai ragazzi lo scorso anno, un assaggio di quello che in futuro mi piacerebbe farvi vedere in questo sito. Trovate anche una galleria a lui dedicata con numerose foto.
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Fin che temoli e trote “autentici”, quelli nati e cresciuti insieme alle larve ed agli insetti di cui si sono cibati e cibano, popoleranno fiumi e torrenti, andrò ad insidiarli “alla Valsesiana”. Una flessibile canna dolce, lunga poco più di quattro metri, una lenza di crine di cavallo maschio, a segmenti decrescenti che può terminare anche con due crini, ma che non si estende molto oltre la lunghezza della canna stessa, tre o quattro mosche che interpretano l’insetto del momento, questi sono i componenti indispensabili della mia attrezzatura. Semplicità, praticità, essenzialità, eleganza, e aggiungerei, armonia, sono espressioni che si addicono alla tecnica di pesca a mosca “alla Valsesiana”. Da sempre, si ritene il pescatore “completo” , un pescatore capace di costruirsi la canna, di intrecciare la lenza ben equilibrata perché possa posare le mosche con naturalezza e precisione, in piena corrente, dietro un masso, in lame calme, sotto i rami che sfiorano l’acqua dove, in agguato, la trota è pronta a salire in una bollata repentina ed evidente che rompe l’acqua, increspa la superficie a ghermire, quasi sommersa, l’interpretazione dell’insetto del momento. Ami che un tempo si ricavavano anche da aghi che una fabbrica locale produceva, seta colorata di un setificio di Varallo, piume di uccelli montani, sono ancora oggi elementi essenziali per costruire le famose Valsesiane che spesso, erroneamente, sono state semplicemente definite delle semi sommerse mentre invece possono essere anche “secche”, dipende dal tipo di piume usate e dalle capacità di quel pescatore “completo” che non intende mai imitare un insetto, ma interpretarne, nelle varie fasi di sviluppo, la vitalità, l’essenzialità. Come allora, non rinuncerei a far salire una scaltra marmorata o un temolo selettivo, sapendo di aver nel mio “portafoglio” la moschetta giusta … Tecnica antica, sì, di alcune centinaia di anni, ma sempre attuale. Pesco ancora così “così ho pescato in Francia, in Austria, in Slovenia: è una tecnica universale. E’ servita nei tempi per catturare pesci per l’alimentazione, ora il fine non è più quello. Le emozioni di pescare con una tecnica così remota che raccoglie tutte le esperienze dirette, il confronto con pesci difficili, i ricordi, i tuoi piccoli segreti le malizie che hai conquistato con le tue osservazioni sono, però, così forti, che non puoi tradire il sistema che te le ha date. Nel pescare alla Valsesiana, con canna e lenza fissa, non c’è nulla di artificiale, di meccanico, tutto parte dalla tua mente, dal tuo braccio, continua lungo la tua canna corre sulla lenza, termina sulle tue mosche che si posano dove tu vuoi, in attesa di una presenza che ti aspetti risponda alla tua offerta; i gesti sono semplici, istintivi, ma sempre calcolati e naturali. Che piacere, quel giorno, vedere il padre del Riccardo “Viulin” ultra ottantenne distendere la lenza, come se pennellasse, sulla superficie dell’acqua! Quanti temoli avran fatto tendere e vibrare quella canna che, all’occorrenza, (mi è capitato alcune volte) veniva anche lanciata in acqua, perché galleggiante, quando un grosso pesce poteva compromettere la sua resistenza o quella della lenza; naturalmente veniva poi ripresa più volte fin che il pesce sfinito era portato a riva. ---Arturo Pugno---