La pesca a mosca valsesiana è il tradizionale e antico metodo di pesca a mosca tipico della Valsesia, una valle ai piedi del Monte Rosa nelle alpi Nord Occidentali Italiane.
Una semplice canna fissa , una lenza in crine di cavallo intrecciato, un trenino di mosche essenziali e molta abilità da parte del pescatore, sono ancora oggi il cuore di questa tecnica elegante ed efficace allo stesso tempo.
Il sito è un invito a conoscere questa pesca e il modo di “leggere” l’ambiente acquatico che si acquisisce con essa, direttamente dai pescatori valsesiani che ancora la praticano.

I personaggi

Mario Albertarelli


Mario Albertarelli: un grande scrittore amico della valsesiana.

Mario Albertarelli (1933-1997) è stato forse l’interprete più profondo e significativo della pesca in Italia. Chi ha seguito quanto scriveva su libri e riviste prova ancora oggi un grande rimpianto per la sua prematura scomparsa. Nato a Torino, la sua formazione di pescatore è avvenuta in Piemonte, ma poi, una volta intrapresa la professione di giornalista, ha avuto la possibilità di conoscere fiumi e laghi un po’ in tutta Italia. Ha collaborato con grandi quotidiani, con le principali riviste di pesca e ha scritto otto libri, tra cui il conosciutissimo “A pesca coi campioni” (Mondadori 1971), un romanzo, “L’amo e la lenza” (Mondadori 1975; l’Associazione Mario Albertarelli mette a disposizione il pdf del testo, che potete scaricare attraverso il link che trovate su questo sito) e una raccolta di “Racconti di pesca” (Mondadori 1980). Mario Albertarelli è stato uno dei primi ad accorgersi del degrado che stava distruggendo i nostri bellissimi ambienti fluviali e non ha mai smesso di denunciarlo e di fare proposte di soluzioni. Ricordo, in particolare, una serie di articoli apparsi su “Pescare” tra 1992 e 1993 in cui, tra l’altro, analizzava la deriva del progresso a tutti e costi e proponeva: “E se provassimo a rallentare?” (Pescare”, settembre 1992). Nei suoi libri si cita spesso la pesca a mosca alla valsesiana, ma ci sono due racconti che, a parere di molti, riescono a ricreare la particolare “atmosfera” di questa tecnica. Il primo è “Mosche alla valsesiana” (contenuto in “L’amo e la lenza”) che descrive i suoi primi tentativi con la lunga canna, la lenza in crine e le tipiche moschette; ma indimenticabile, in questo racconto, è l’incontro con un ragazzo del posto, che descrive come uno “spettacolo di grazia e di potenza fisica”, per il modo con cui fa volteggiare la lenza e per come salta agilmente da un sasso all’altro per attraversare il Sesia. Il secondo è “L’uomo che ragionava come i pesci” (da “Racconti di pesca”), un altro incontro con un pescatore valsesiano, questa volta un vecchio di settant’anni, che gli mostra la vera attrezzatura tradizionale, la lunga canna in un pezzo solo e la lenza in crine; ma quello che stupisce Albertarelli è soprattutto l’affermazione che “Le trote grosse ho sempre cercato di non prenderle”, per non rischiare di rompere canna e lenza, costate così tanto non in termini di soldi, ma di “pazienza e materiale buono”, concludendo che “queste sono cose che un vecchio pesce deve sapere”, che rinunciare e accontentarsi serve a vivere di più. Ecco, Mario Albertarelli non era solo uno scrittore di pesca, ma anche uno che cercava sempre di farci ragionare sulle cose che davvero non bisogna perdere, non bisogna dimenticare, come l’eleganza e la semplicità della valsesiana, appunto. (Marco Baltieri).


Badino Paolo



Questo è un breve video girato ad un amico e un abile pescatore come Paolo Badino che mi ha gentilmente mandato anche un paio di foto che lo ritraggono in azione con la valsesiana, le pubblico volentieri nella galleria dedicata insieme ad alcuni suoi ricordi legati a questa tecnica di cui anche lui è grande appassionato:

Ho costruito la mia prima moschetta circa cinquanta anni fa. Al tavolo della cucina, sopra la bottega di panetteria e pasticceria dei nonni a Varallo.
La sera con gli zii, mentre si raccontavano le avventure di pesca, c’era il momento della costruzione delle moschette. Erano momenti magici.
Il morsetto per serrare gli ami era semplicissimo: il pollice e l’indice della mano sinistra, per Marco, mio fratello, della mano destra essendo lui mancino.
Filo di seta dalle sfumature lucenti e piume di berna, sùbiot, beccaccia, berta ma anche sterna, merlo e nell’autunno quelle delicate della griva.
L’essenza della “mosca valsesiana”? Semplicità, naturalezza, efficacia.
Paolo Badino. Varallo, Aprile 2011.