La pesca a mosca valsesiana è il tradizionale e antico metodo di pesca a mosca tipico della Valsesia, una valle ai piedi del Monte Rosa nelle alpi Nord Occidentali Italiane.
Una semplice canna fissa , una lenza in crine di cavallo intrecciato, un trenino di mosche essenziali e molta abilità da parte del pescatore, sono ancora oggi il cuore di questa tecnica elegante ed efficace allo stesso tempo.
Il sito è un invito a conoscere questa pesca e il modo di “leggere” l’ambiente acquatico che si acquisisce con essa, direttamente dai pescatori valsesiani che ancora la praticano.

I personaggi

Moretto


Una vita avventurosa: Moretto e la sua valsesiana (di Marco Baltieri).

Dopo la seconda guerra mondiale, in quella realtà profondamente cambiata degli anni ’50, in cui convivono per l’ultima volta le radici della tradizione e l’irrompere inarrestabile della modernità, Moretto rappresenta bene, a mio parere, il punto di contatto e di cerniera tra il vecchio e il nuovo. Quando lo incontriamo a Torino nel secondo dopogerra, Luigi Cerovetti (1898-1983, detto Moretto per la carnagione scura e i capelli corvini) ha già dietro di sé una vita con coloriture romanzesche. Originario di Valmaggia, in Valsesia (dove riceve il suo imprinting alieutico), sopravvive sul Monte Grappa alle trincee della Grande guerra, per poi prendere (come tanti altri valligiani del tempo) la via dell’emigrazione, portandosi come bagaglio soprattutto il suo mestiere di maniscalco (una competenza importante in un mondo in cui i cavalli erano più numerosi delle automobili). Lo ritroviamo quindi a Lione, in Francia, dove lavoravano anche altri suoi compaesani; i giornali parlano di lui in quanto si distingue come corridore ciclista, affiliato alla Union Cycliste Lyonnaise, e per episodi come quello in cui riesce a fermare un cavallo imbizzarrito. Poi, attraverso percorsi di cui si è persa la memoria (non estranei forse al peggioramento dei rapporti tra Italia e Francia prima della seconda guerra mondiale), il ritorno in Piemonte, per continuare il suo mestiere di maniscalco nella zona di Saluggia. Detto per inciso, i maniscalchi erano un po’ i barbieri dei cavalli, si occupavano anche di “arrangiare” code e criniere, da cui, se erano pescatori, potevano ricavare la materia prima, i crini, per le lenze. Nel dopoguerra, a Torino, inizia una nuova fase della sua vita, quella che a noi interessa di più. In una città in cui sta crescendo fortemente l’interesse per la pesca sportiva, Moretto si fa conoscere in breve tempo per le sue doti di pescatore e per i prodotti che la maestria artigiana sua, della moglie Vittoria e dei suoi collaboratori mettevano a disposizione degli appassionati. Per ricostruire il suo ruolo di protagonista della tradizione torinese della pesca a mosca abbiamo la fortuna di poterci avvalere di due testimoni d’eccezione. Il primo è Adriano Cerovetti, nipote di Moretto, custode di tanti ricordi e continuatore della tradizione famigliare; un DNA legato alla pesca a mosca è innegabile nella famiglia Cerovetti: dopo Luigi, il figlio Ubaldo (1934-2007) diventerà campione mondiale di pesca a mosca in Belgio nel 1986 e la storia continua, appunto, con Adriano, attivissimo nel Club May Fly di Torino, e con il giovanissimo Luca. Tutto questo confina con il favoloso quando Renato Gonetto ricorda di aver incontrato una volta, in un’uscita di pesca in Valsesia, un altro Cerovetti, un cugino di Luigi, che li aveva incantati per la maestria con cui pescava i temoli e aveva riconosciuto che Moretto era il più in gamba con le trote, ma che lui lo era con i “pinna blu”. Il secondo è, appunto, Renato Gonetto (un’altra figura tipica del mondo della pesca torinese, proprietario per anni di un negozio nella centralissima Via della Rocca), che ha conosciuto personalmente Moretto, lo ha accompagnato sui torrenti, ne ha appreso la tecnica della valsesiana e ha prodotto per lui centinaia di canne nei modelli tradizionali. Gonetto incontra per la prima volta Moretto nell’inverno del 1953, quando arriva nel suo laboratorio con una canna da valsesiana in mano e gli dice “Mi hanno detto che lei fa le canne da pesca; io avrei bisogno di canne come queste, ne avrei bisogno di un certo numero”. Allora – ricorda Gonetto - io guardo questa canna, era di canna di Nizza e gli rispondo: “Si, si, posso fargliela”; la canna aveva il calcio più lungo, la parte in mezzo più corta, e il cimino tagliato in due pezzi (l’ultima di bambù); Moretto mi disse: “Se può farmele me le prepari, me le alesi, mi prepari gli innesti, poi le legature le faccio io” (lui faceva le legature rosse); allora io ho cominciato a preparargliene una, poi da lì gliene ho fatto centinaia. Moretto è stato davvero il mio maestro, continua Gonetto, ricordando la prima uscita di pesca in Val di Lanzo, trasportato dallo scooter MV Agusta di Moretto, che qualche giorno prima aveva sentenziato: È ora che impari a pescare a mosca! Quando Moretto arrivava in un torrente dimostrava subito una incredibile capacità di “leggere” il corso d’acqua, proprio da conoscitore a fondo; quando poi cominciava a pescare, lui lo “cesellava” tutto, secondo l’espressione usata da Gonetto. Oltre alla precisione e al controllo totale della tecnica e dell’ambiente, Moretto aveva anche il dono che spesso caratterizza i grandi pescatori: una vista eccezionale, “adattata” naturalmente a individuare i pesci sotto la superficie dell’acqua, nonostante il loro mimetismo e senza l’aiuto dei Polaroid. Le foto che possediamo ci rimandano anche una serie di particolari che dovevano rendere tipico il personaggio, primo fra tutti il cappello di feltro con avvolta la coda di crini di cavallo e il “treno” di mosche. (foto in alto) Il fascino della valsesiana (soprattutto interpretata da Moretto) si fondavasull’eleganza del gesto, sulla semplicità dell’attrezzatura e, non ultimo, sull’efficacia di questa tecnica. Gonetto ha la sua spiegazione riguardo alla superiorità (se così si può dire) della valsesiana. Con l’inglese non riesci a “cesellare” come con la valsesiana (…): con questa tu metti in un posto le tre mosche e sei sempre lì pronto, la ferrata è immediata e tu hai la trota; sei fuori dal fiume, non devi entrare in acqua a disturbare i pesci; la coda è fuori dall’acqua; con l’inglese invece abbiamo la canna corta e la coda lunga, abbiamo sempre un angolo ottuso tra la coda e la punta della canna, per cui per ferrare bene dobbiamo anche aiutarci con la mano sinistra, tirando la coda, ritardiamo la ferrata; con la valsesiana, tac, hai già la trota in canna, perché c’è invece sempre un angolo acuto tra la canna e la coda di topo, per cui il ferraggio è più immediato; se hai i riflessi pronti hai sempre la trota agganciata. Moretto diceva: “Non abbassare mai la canna! Devi fermarla in alto, così sei più pronto per la ferrata”.
(nella foto a fianco Moretto in azione con la valsesiana)

Questa piccola storia della pesca a mosca a Torino non avrebbe potuto essere scritta senza l’aiuto e le testimonianze di Adriano Cerovetti e di Renato Gonetto, che ringrazio ancora una volta. Chi fosse interessato a leggere una versione più estesa e approfondita la può trovare (in quattro puntate e con molte immagini fotografiche) sulla rivista “Fly Line – Ecosistemi fluviali”, numeri 1, 2, 3, 4 del 2010; ringrazio il direttore, Roberto Messori, per la riproduzione di parte del testo. L’autore sarebbe felice di ricevere correzioni, precisazioni e aggiunte a quanto scritto e si raccomanda di non disperdere attrezzi, testimonianze, foto, giornali, ecc. che potrebbero essere utili per ricostruire la storia della pesca (non solo a mosca) in Italia. Per contatti: Marco Baltieri, tel 0121 91 810, mail unclebalt@yahoo.it


Mario Albertarelli


Mario Albertarelli: un grande scrittore amico della valsesiana.

Mario Albertarelli (1933-1997) è stato forse l’interprete più profondo e significativo della pesca in Italia. Chi ha seguito quanto scriveva su libri e riviste prova ancora oggi un grande rimpianto per la sua prematura scomparsa. Nato a Torino, la sua formazione di pescatore è avvenuta in Piemonte, ma poi, una volta intrapresa la professione di giornalista, ha avuto la possibilità di conoscere fiumi e laghi un po’ in tutta Italia. Ha collaborato con grandi quotidiani, con le principali riviste di pesca e ha scritto otto libri, tra cui il conosciutissimo “A pesca coi campioni” (Mondadori 1971), un romanzo, “L’amo e la lenza” (Mondadori 1975; l’Associazione Mario Albertarelli mette a disposizione il pdf del testo, che potete scaricare attraverso il link che trovate su questo sito) e una raccolta di “Racconti di pesca” (Mondadori 1980). Mario Albertarelli è stato uno dei primi ad accorgersi del degrado che stava distruggendo i nostri bellissimi ambienti fluviali e non ha mai smesso di denunciarlo e di fare proposte di soluzioni. Ricordo, in particolare, una serie di articoli apparsi su “Pescare” tra 1992 e 1993 in cui, tra l’altro, analizzava la deriva del progresso a tutti e costi e proponeva: “E se provassimo a rallentare?” (Pescare”, settembre 1992). Nei suoi libri si cita spesso la pesca a mosca alla valsesiana, ma ci sono due racconti che, a parere di molti, riescono a ricreare la particolare “atmosfera” di questa tecnica. Il primo è “Mosche alla valsesiana” (contenuto in “L’amo e la lenza”) che descrive i suoi primi tentativi con la lunga canna, la lenza in crine e le tipiche moschette; ma indimenticabile, in questo racconto, è l’incontro con un ragazzo del posto, che descrive come uno “spettacolo di grazia e di potenza fisica”, per il modo con cui fa volteggiare la lenza e per come salta agilmente da un sasso all’altro per attraversare il Sesia. Il secondo è “L’uomo che ragionava come i pesci” (da “Racconti di pesca”), un altro incontro con un pescatore valsesiano, questa volta un vecchio di settant’anni, che gli mostra la vera attrezzatura tradizionale, la lunga canna in un pezzo solo e la lenza in crine; ma quello che stupisce Albertarelli è soprattutto l’affermazione che “Le trote grosse ho sempre cercato di non prenderle”, per non rischiare di rompere canna e lenza, costate così tanto non in termini di soldi, ma di “pazienza e materiale buono”, concludendo che “queste sono cose che un vecchio pesce deve sapere”, che rinunciare e accontentarsi serve a vivere di più. Ecco, Mario Albertarelli non era solo uno scrittore di pesca, ma anche uno che cercava sempre di farci ragionare sulle cose che davvero non bisogna perdere, non bisogna dimenticare, come l’eleganza e la semplicità della valsesiana, appunto. (Marco Baltieri).