La pesca a mosca valsesiana è il tradizionale e antico metodo di pesca a mosca tipico della Valsesia, una valle ai piedi del Monte Rosa nelle alpi Nord Occidentali Italiane.
Una semplice canna fissa , una lenza in crine di cavallo intrecciato, un trenino di mosche essenziali e molta abilità da parte del pescatore, sono ancora oggi il cuore di questa tecnica elegante ed efficace allo stesso tempo.
Il sito è un invito a conoscere questa pesca e il modo di “leggere” l’ambiente acquatico che si acquisisce con essa, direttamente dai pescatori valsesiani che ancora la praticano.

La storia

Insieme sul Po.


Insieme sul Po:Valsesiane, piemontesi e inglesi a Torino (di Marco Baltieri).

Torino è stata, a partire dall’Ottocento, una delle capitali delle diverse discipline sportive e, tra queste, rientravano anche la caccia e la pesca. A Torino aveva sede la filiale italiana della più prestigiosa casa produttrice di attrezzature da pesca, l’inglese Hardy, il cui titolare, Emanuele Turin (1890-1951), era spesso chiamato a fare da accompagnatore e a dare “lezioni” di pesca al re e alla regina nelle tenute di Pollenzo e San Rossore e nei torrenti di Valdieri e Entracque. Il catalogo Hardy metteva a disposizione (ovviamente per un pubblico d’élite) tutti gli attrezzi tipici dell’arte del fly-fishing e forniva anche modelli di comportamento e di “stile” sportivo provenienti direttamente dalla tradizione britannica. La pesca “per diletto” si sviluppò accanto ad altre forme più utilitaristiche di prelievo di pesci dai fiumi e dai laghi: c’era la pesca “alimentare” (fatta da tutti, in campagna, per integrare un’alimentazione di solito povera) e quella “professionale” (fatta dai “tecnici” del settore, soprattutto nei laghi e nei corsi d’acqua più grandi, per rifornire i mercati locali). La pesca “sportiva”, proprio perché più specializzata e ritualizzata (come tutti gli altri sport) era spesso praticata con tecniche e attrezzature di importazione (soprattutto inglesi e francesi), ma poteva anche svolgersi con tecniche “analoghe” riprese dalle tradizioni locali, soprattutto quando queste presentavano dei caratteri di accentuata somiglianza con i “modelli” transalpini. È il caso, in particolare per Torino e il Piemonte, della pesca a mosca che, in questo territorio, aveva conservato vitali le forme del passato. L’incontro e la convivenza, per un periodo piuttosto lungo, della pesca “all’inglese” con quella “alla piemontese” e “alla valsesiana” è un caso abbastanza eccezionale, che merita di essere ricordato. In particolare, a Torino, l’incontro delle due tradizioni (quella “inglese”, d’importazione, e quella locale, radicata ancora nelle campagne e nelle valli alpine) avviene nel momento in cui le “guide” locali portano i “signori” a pescare. Le “guide” locali erano di solito di estrazione popolare, ben radicati nel territorio rurale o montano (da cui spesso provenivano), portatori della memoria delle tecniche e delle tradizioni regionali. Quindi non solo accompagnavano i “signori” sul fiume, non solo li aiutavano a districarsi nelle difficoltà della pesca, ma erano anche in grado di proporre un loro sapere tecnico proveniente dal passato e dotato di una “dignità” almeno pari a quella dei più sofisticati attrezzi britannici. In questo modo si verificò quell’inedito incontro tra le canne di refendù e le code di seta della pesca a mosca “all’inglese” e le più rustiche “valsesiane” e “piemontesi”, con le loro lunghe code di crini di cavallo ritorti e annodati. Sergio Perosino (1925-2000, figura di spicco della FIPS sia torinese che nazionale), nel suo Pesci, esche, lenze (pubblicato dall’editore torinese Viglongo nel 1955) descrive con una certa precisione le due tecniche, “piemontese” e “valsesiana”, distinguendole dalle “pesche sportive classiche”, tra cui la mosca secca e quella “annegata”. Il Piemonte – dice Perosino – può vantare gli unici due sistemi italiani di pesca alla mosca che sono parenti stretti dei classici sistemi inglesi: la “valsesiana” e la “piemontese”. Ricordiamo con Perosino le caratteristiche distintive delle due tecniche. La “moschera alla valsesiana” è in uso, da tempo immemorabile, nelle vallate del Piemonte settentrionale, e può essere definito il più sportivo tra i sistemi di pesca originari del nostro Paese, superiore, secondo Perosino, alla “piemontese”, in quanto si esercita con attrezzi più leggeri e con tecnica più elegante. Questa tecnica si pratica con una speciale canna in materiale semplice e leggero (la “canna di Nizza”, come si diceva in Piemonte; Arundo donax, per usare il termine scientifico) con un cimino in bambù molto flessibile, della lunghezza totale di metri 4,20-4,50. Tale canna è dotata di una coda di topo in crini di coda di cavallo intrecciati, della lunghezza di 25-35 centimetri annodati serie a serie; il termine inferiore di questa speciale lenza porta una pastura (un finale) di 4 o 5 mosche assicurate su circa un metro di nylon (prima erano crini o racine) del diametro di 15-20 centesimi. La lenza in coda di topo sarà lunga metri 3,80 per una canna di metri 4,50 per cui la montatura, completa di moschera, supererà la lunghezza dell’attrezzo di 30 centimetri. Le mosche – continua Perosino – sono di un tipo un poco diverso da quelle che si usano comunemente; i valsesiani preferiscono mosche piccole, con gambetto breve, quasi sempre di colori poco vivaci; esse sono generalmente ricche di corpo e povere di hackle in modo che, cadute nell’acqua, si immergano nella corrente, funzionando praticamente come delle mosche annegate. Talvolta, specialmente nella stagione estiva, i valsesiani usano moschette più ricche di hackle perché la trota (alla quale detto sistema è consacrato) abbocca, nella stagione estiva, più facilmente a galla. Perosino continua poi con un’accurata descrizione della tecnica di lancio, indicando anche le principali differenze rispetto alla tecnica “inglese” (ad esempio il fatto che la coda di topo è quasi sempre sollevata dall’acqua, in modo da far lavorare in superficie solo le mosche e il finale. Si aggiunge poi che la valsesiana si rivela estremamente fruttuosa per la pesca al temolo e che, in giornate particolarmente difficili, può rivelarsi l’unico sistema con il quale si può catturare qualche salmonide. La “moschera alla piemontese” (è sempre Perosino che scrive) si differenzia dal precedente sistema per la maggior proporzione degli attrezzi. In Piemonte sono documentate anche altre tradizioni locali che comportavano l’uso di mosche artificiali, come la “biellese” (con canne da 3 metri e lenze lunghe anche 6 metri) e la “ossolana” (in Val d’Ossola si sviluppò addirittura una piccola produzione “meccanizzata” di mosche). Alcune delle “guide” di cui abbiamo parlato erano, oltre che abilissimi pescatori, anche fabbricanti di attrezzi da pesca, con un’attività “a tutto campo” legata alla pesca sportiva che li rendeva in grado di mantenere con questa anche la loro famiglia. Un caso tipico, per il periodo precedente il secondo conflitto mondiale, è quello di Raffaele Antonietti (1875-1963), meglio conosciuto in quanto su di lui abbiamo alcune testimonianze e documenti, oltre a una serie di materiali raccolti in un piccolo spazio museale allestito nella sede della Società Pescatori Sportivi Val Pellice, in Provincia di Torino. Una delle specialità di Antonietti era la costruzione delle mosche artificiali per pescare con la moschera (nei sistemi “piemontese” o “valsesiano”), collegata ad una “coda” di crini di cavallo bianco e con un finale di racine. Venivano anche elaborati dei modelli speciali su richiesta di singoli pescatori (come la “mosca Gromis” per il marchese Melchior Gromis di Trana (1894-1978), una delle figure tipiche della pesca torinese anteguerra). Le musche d’ Tuniét rimasero a lungo nella memoria dei pescatori di Torino e del circondario (ne vediamo un bell'esempio nella foto a fianco).

Questa piccola storia della pesca a mosca a Torino non avrebbe potuto essere scritta senza l’aiuto e le testimonianze di Adriano Cerovetti e di Renato Gonetto, che ringrazio ancora una volta. Chi fosse interessato a leggere una versione più estesa e approfondita la può trovare (in quattro puntate e con molte immagini fotografiche) sulla rivista “Fly Line – Ecosistemi fluviali”, numeri 1, 2, 3, 4 del 2010; ringrazio il direttore, Roberto Messori, per la riproduzione di parte del testo. L’autore sarebbe felice di ricevere correzioni, precisazioni e aggiunte a quanto scritto e si raccomanda di non disperdere attrezzi, testimonianze, foto, giornali, ecc. che potrebbero essere utili per ricostruire la storia della pesca (non solo a mosca) in Italia. Per contatti: Marco Baltieri, tel 0121 91 810, mail unclebalt@yahoo.it


Moretto


Una vita avventurosa: Moretto e la sua valsesiana (di Marco Baltieri).

Dopo la seconda guerra mondiale, in quella realtà profondamente cambiata degli anni ’50, in cui convivono per l’ultima volta le radici della tradizione e l’irrompere inarrestabile della modernità, Moretto rappresenta bene, a mio parere, il punto di contatto e di cerniera tra il vecchio e il nuovo. Quando lo incontriamo a Torino nel secondo dopogerra, Luigi Cerovetti (1898-1983, detto Moretto per la carnagione scura e i capelli corvini) ha già dietro di sé una vita con coloriture romanzesche. Originario di Valmaggia, in Valsesia (dove riceve il suo imprinting alieutico), sopravvive sul Monte Grappa alle trincee della Grande guerra, per poi prendere (come tanti altri valligiani del tempo) la via dell’emigrazione, portandosi come bagaglio soprattutto il suo mestiere di maniscalco (una competenza importante in un mondo in cui i cavalli erano più numerosi delle automobili). Lo ritroviamo quindi a Lione, in Francia, dove lavoravano anche altri suoi compaesani; i giornali parlano di lui in quanto si distingue come corridore ciclista, affiliato alla Union Cycliste Lyonnaise, e per episodi come quello in cui riesce a fermare un cavallo imbizzarrito. Poi, attraverso percorsi di cui si è persa la memoria (non estranei forse al peggioramento dei rapporti tra Italia e Francia prima della seconda guerra mondiale), il ritorno in Piemonte, per continuare il suo mestiere di maniscalco nella zona di Saluggia. Detto per inciso, i maniscalchi erano un po’ i barbieri dei cavalli, si occupavano anche di “arrangiare” code e criniere, da cui, se erano pescatori, potevano ricavare la materia prima, i crini, per le lenze. Nel dopoguerra, a Torino, inizia una nuova fase della sua vita, quella che a noi interessa di più. In una città in cui sta crescendo fortemente l’interesse per la pesca sportiva, Moretto si fa conoscere in breve tempo per le sue doti di pescatore e per i prodotti che la maestria artigiana sua, della moglie Vittoria e dei suoi collaboratori mettevano a disposizione degli appassionati. Per ricostruire il suo ruolo di protagonista della tradizione torinese della pesca a mosca abbiamo la fortuna di poterci avvalere di due testimoni d’eccezione. Il primo è Adriano Cerovetti, nipote di Moretto, custode di tanti ricordi e continuatore della tradizione famigliare; un DNA legato alla pesca a mosca è innegabile nella famiglia Cerovetti: dopo Luigi, il figlio Ubaldo (1934-2007) diventerà campione mondiale di pesca a mosca in Belgio nel 1986 e la storia continua, appunto, con Adriano, attivissimo nel Club May Fly di Torino, e con il giovanissimo Luca. Tutto questo confina con il favoloso quando Renato Gonetto ricorda di aver incontrato una volta, in un’uscita di pesca in Valsesia, un altro Cerovetti, un cugino di Luigi, che li aveva incantati per la maestria con cui pescava i temoli e aveva riconosciuto che Moretto era il più in gamba con le trote, ma che lui lo era con i “pinna blu”. Il secondo è, appunto, Renato Gonetto (un’altra figura tipica del mondo della pesca torinese, proprietario per anni di un negozio nella centralissima Via della Rocca), che ha conosciuto personalmente Moretto, lo ha accompagnato sui torrenti, ne ha appreso la tecnica della valsesiana e ha prodotto per lui centinaia di canne nei modelli tradizionali. Gonetto incontra per la prima volta Moretto nell’inverno del 1953, quando arriva nel suo laboratorio con una canna da valsesiana in mano e gli dice “Mi hanno detto che lei fa le canne da pesca; io avrei bisogno di canne come queste, ne avrei bisogno di un certo numero”. Allora – ricorda Gonetto - io guardo questa canna, era di canna di Nizza e gli rispondo: “Si, si, posso fargliela”; la canna aveva il calcio più lungo, la parte in mezzo più corta, e il cimino tagliato in due pezzi (l’ultima di bambù); Moretto mi disse: “Se può farmele me le prepari, me le alesi, mi prepari gli innesti, poi le legature le faccio io” (lui faceva le legature rosse); allora io ho cominciato a preparargliene una, poi da lì gliene ho fatto centinaia. Moretto è stato davvero il mio maestro, continua Gonetto, ricordando la prima uscita di pesca in Val di Lanzo, trasportato dallo scooter MV Agusta di Moretto, che qualche giorno prima aveva sentenziato: È ora che impari a pescare a mosca! Quando Moretto arrivava in un torrente dimostrava subito una incredibile capacità di “leggere” il corso d’acqua, proprio da conoscitore a fondo; quando poi cominciava a pescare, lui lo “cesellava” tutto, secondo l’espressione usata da Gonetto. Oltre alla precisione e al controllo totale della tecnica e dell’ambiente, Moretto aveva anche il dono che spesso caratterizza i grandi pescatori: una vista eccezionale, “adattata” naturalmente a individuare i pesci sotto la superficie dell’acqua, nonostante il loro mimetismo e senza l’aiuto dei Polaroid. Le foto che possediamo ci rimandano anche una serie di particolari che dovevano rendere tipico il personaggio, primo fra tutti il cappello di feltro con avvolta la coda di crini di cavallo e il “treno” di mosche. (foto in alto) Il fascino della valsesiana (soprattutto interpretata da Moretto) si fondavasull’eleganza del gesto, sulla semplicità dell’attrezzatura e, non ultimo, sull’efficacia di questa tecnica. Gonetto ha la sua spiegazione riguardo alla superiorità (se così si può dire) della valsesiana. Con l’inglese non riesci a “cesellare” come con la valsesiana (…): con questa tu metti in un posto le tre mosche e sei sempre lì pronto, la ferrata è immediata e tu hai la trota; sei fuori dal fiume, non devi entrare in acqua a disturbare i pesci; la coda è fuori dall’acqua; con l’inglese invece abbiamo la canna corta e la coda lunga, abbiamo sempre un angolo ottuso tra la coda e la punta della canna, per cui per ferrare bene dobbiamo anche aiutarci con la mano sinistra, tirando la coda, ritardiamo la ferrata; con la valsesiana, tac, hai già la trota in canna, perché c’è invece sempre un angolo acuto tra la canna e la coda di topo, per cui il ferraggio è più immediato; se hai i riflessi pronti hai sempre la trota agganciata. Moretto diceva: “Non abbassare mai la canna! Devi fermarla in alto, così sei più pronto per la ferrata”.
(nella foto a fianco Moretto in azione con la valsesiana)

Questa piccola storia della pesca a mosca a Torino non avrebbe potuto essere scritta senza l’aiuto e le testimonianze di Adriano Cerovetti e di Renato Gonetto, che ringrazio ancora una volta. Chi fosse interessato a leggere una versione più estesa e approfondita la può trovare (in quattro puntate e con molte immagini fotografiche) sulla rivista “Fly Line – Ecosistemi fluviali”, numeri 1, 2, 3, 4 del 2010; ringrazio il direttore, Roberto Messori, per la riproduzione di parte del testo. L’autore sarebbe felice di ricevere correzioni, precisazioni e aggiunte a quanto scritto e si raccomanda di non disperdere attrezzi, testimonianze, foto, giornali, ecc. che potrebbero essere utili per ricostruire la storia della pesca (non solo a mosca) in Italia. Per contatti: Marco Baltieri, tel 0121 91 810, mail unclebalt@yahoo.it