La pesca a mosca valsesiana è il tradizionale e antico metodo di pesca a mosca tipico della Valsesia, una valle ai piedi del Monte Rosa nelle alpi Nord Occidentali Italiane.
Una semplice canna fissa , una lenza in crine di cavallo intrecciato, un trenino di mosche essenziali e molta abilità da parte del pescatore, sono ancora oggi il cuore di questa tecnica elegante ed efficace allo stesso tempo.
Il sito è un invito a conoscere questa pesca e il modo di “leggere” l’ambiente acquatico che si acquisisce con essa, direttamente dai pescatori valsesiani che ancora la praticano.

La storia

Moretto e i Polesani


Ho ricevuto questo racconto da un pescatore che ha conosciuto Moretto di persona e lo pubblico con immenso piacere a ricordo di un uomo che ha saputo portare la Valsesiana addirittura a Rovigo dove l'amico Ferruccio Cortiana (che ringrazio immensamente)insieme a suo padre si sono così appassionati da mettesi ad insegnarla. Il padre di Ferruccio scrisse anche un articolo per il Rotary Club di Rovigo sulla Val di Daone e sulla passione per la pesca alla trota nel fiume Chiese, lo trovate insieme a numerose altre foto nella galleria fotografica a lui dedicata.

Quando avevo 16 anni ero solito trascorrere le vacanze a pescare con mio padre in Val di Daone sul Chiese. Un giorno venni fermato da alcuni pescatori (in una Lancia blu targata Torino) che mi chiesero in quale parte del torrente era possibile pescare a mosca. Io allora non conoscevo questa tecnica ed indicai loro un tratto del torrente che, come mi venne richiesto, era abbastanza largo e di agevole accesso. Rientrando a pranzare per mezzogiorno, incontrammo quei “pensionati” sotto un grande castagno intenti a far colazione. Io e mio padre ci fermammo e restammo a bocca aperta quando l’esito della loro pesca ci fu presentato srotolando un telo con una quarantina di trote, tra fario e salmerini, dai 30 cm. in su!! Seduta stante mio padre si fece spiegare come funzionava quel tipo di pesca e comprò tutto quello che fu possibile acquistare. Tra loro c’era il Moretto che ricordo mi fece vedere la foto di una trota di svariati chili presa con la coda di topo, il ricordo di quell'incontro è comunque chiaro e vivo nella mia mente, era una persona calma e tranquilla che a me ragazzino trasmise una sensazione molto positiva di sicurezza e bontà d'animo. Ci disse di essere in compagnia con degli amici pensionati e che stavano esplorando con sistematicità tutti i più bei torrenti dell'arco alpino. All’inizio feci fatica ad imparare la tecnica, ma dopo qualche tempo incominciai ad impratichirmi e grandi furono i risultati e le emozioni. Ricordo che feci lezioni al Sindaco di Pieve di Bono, a suo figlio, al guardia pesca e ad alcuni impiegati di Banca di mio padre (allora Direttore del Monte Pegni di Rovigo). Grande fu l’emozione quando inaspettatamente ci fu comunicato di essere stati nominati “Soci onorari” del C.M.P.M.. Chissà se nei registri della Società di qui tempi esiste ancora traccia di due “Polesani” di Rovigo che impazzirono per uno dei più bei tipi di pesca esistenti. Passione incantata che, peraltro, ho visto scemare nel tempo a causa del lavoro, della famiglia, della lontananza dai torrenti di montagna e di tante altre varie vicissitudini che purtroppo la vita spesso ci riserva. Con la morte di mio padre ho appeso le “code” al chiodo e solo di recente, dopo aver conosciuto un ragazzo appassionato di mosca (inglese), ora diventato amico, ho rispolverato la vecchia attrezzatura: ho ancora canne, mosche e lenzine di quei tempi in buono stato di conservazione!!! e devo dire che anche la “mano” ha risposto bene alle prime sollecitazioni dandomi non poche soddisfazioni nei confronti dell’amico “inglese” !!!

Cortiana Ferruccio


Indizi dal passato


La storia della pesca a mosca valsesiana è sicuramente legata alla sopravvivenza delle nostre genti in una valle alpina come poteva essere la Valsesia del passato, infatti se la pesca nacque ovunque come esigenza per il sostentamento, a maggior ragione qui doveva essere ancora più importante che altrove. I nostri avi dovevano essere persone di una tempra notevole, io li direi quasi “ eroica”, visto che scelsero di vivere fra queste montagne così povere di risorse che la perdita di una mucca poteva significare fame e forse addirittura la morte. Il patrimonio ittico era talmente importante che già nel 1478 gli Statuti della Valsesia regolamentavano la pesca e vietavano di portare il pescato al di fuori della valle. Per integrare la povera dieta però, i valsesiani, talvolta ricorrevano all’uso di sostanze come la calce per avvelenare i pesci, questo preoccupò a tal punto le autorità che già nel 1581 furono emanate norme per punire con pene molto severe chi utilizzava tali sistemi. Fino ad arrivare al 1791 quando si proibisce espressamente di pescare con qualunque strumento al di fuori della canna unico mezzo consentito per tutto l’arco dell’anno. Questo è un indizio importante per comprendere perché le genti della valsesia svilupparono una tecnica di pesca tanto raffinata e geniale come è potuta diventare la mosca valsesiana, essere bravi pescatori significava cibo e sostentamento per se e la propria famiglia e non stupisce che i valsesiani si siano dedicati con tanto impegno allo sviluppo di una tecnica così efficace. Tecnica composta anche di piccoli segreti che ancora oggi il valsesiano è reticente a svelare, proprio come un tempo doveva essere importante non insegnare al proprio vicino quegli accorgimenti che gli avrebbero permesso di diventare un concorrente sul fiume. Esiste una rappresentazione di un pescatore nell’atto di salpare un pesce in una mappa catastale di Balmuccia datata 1775 (vedi foto). Dall’attrezzatura e dalla postura sembra pescare a mosca valsesiana, ma quello che è interessante è anche la tipica cavagnola a tracolla che è identica a quella che ancora utilizziamo oggi , altro tratto caratteristico di come il tempo non abbia alterato gli usi e i costumi dei pescatori di questa valle particolare. (nella galleria dedicata alla storia trovate la foto della mappa per intero).